In questa pagina sono proposte alcune riflessioni  sull’auto-percezione dell’identità genitoriale e sull’elaborazione del lutto.
I testi, relativi al vissuto di genitori che hanno perso il loro bambino nei primi mesi di gestazione, non pretendono di essere esaustivi delle tante implicazioni emotive, affettive, relazionali che un’esperienza simile comporta, ma vogliono solo costituire degli spunti di riflessione per sostenere i genitori nell’elaborazione del lutto prenatale.

I contenuti proposti sono frutto dell’esperienza di lutto in gravidanza vissuta da Elisa e Luigi, ma anche delle competenze professionali che Elisa ha in qualità di pedagogista.

 

SONO DIVENTATO GENITORE?!
Quando nasce un genitore?
Lavorando come pedagogista, tante volte nei colloqui con i genitori ho spiegato che una mamma e un papà nascono prima di un bambino, nascono nel momento in cui cominciano a desiderare un figlio, ad immaginarlo e, una volta concepito, a fantasticare su di lui, a parlargli. L’altra faccia della medaglia è che non basta che nasca un bambino per far nascere un genitore, non è un automatismo.
Quando abbiamo saputo di aspettare Francesco mi sono accorta che, ciò che avevo detto a molti genitori, stava capitando a me: il mio bimbo aveva solo poche settimane ma io ero già nata come mamma perchè pensavo a lui, me ne prendevo cura, gli parlavo, e anche Luigi, con tante premure nei confronti della “nostra” gravidanza, stava nascendo come papà.
La genitorialità è un processo irreversibile: nel momento in cui nasci come genitore, non puoi tornare indietro; purtroppo un bambino può morire, quando è ancora in grembo – come nel nostro caso – o anche dopo, ma tu resterai sempre il suo genitore, questo è il vissuto di una mamma o di un papà che hanno già cominciato a percepirsi tali.
La perdita di un bambino prima che nasca e, ancora di più, nei primi mesi di gestazione, quando nemmeno la pancia è cresciuta, è un evento luttuoso, al quale spesso si sommano sofferenze “colletarali”, tra cui, sicuramente, il non riconoscimento dell’identità genitoriale da parte di medici, parenti, amici, conoscenti.
Tu stavi aspettando un bambino e, magari, ti sentivi già mamma o papà, ma nel momento in cui la gravidanza si ferma e il tuo bimbo muore, tutt’intorno molti negano la tua genitorialità e tu ti ritrovi con un’identità negata, non riconosciuta e, di conseguenza, con un lutto non pienamente legittimo.
Tutto questo avviene per mezzo e bocca di tanti, solitamente in buona fede:

  • l’amica che, per consolarti, ti dice che capita spesso di abortire e che presto ne farai un altro (del tipo “chiodo scaccia chiodo”);
  • il parente che, per riservatezza, non ti chiede niente, come se nulla fosse successo, mentre tu dentro ti senti morire;
  • il ginecologo che ti dice “Ma signora, cosa vuol seppellire, è solo un grumo di cellule, non resta niente…” e tu che vorresti urlargli che quel grumo è tuo figlio e che dovrebbe imparare ad avere più rispetto per i vissuti altrui.

Queste, e tante altre, sono le frasi che ci si sente dire nel momento in cui si abortisce e pochi, purtroppo davvero pochi, ti riconoscono per come tu ti percepisci: “mamma di…” o “papà di…”
Se il modo in cui gli altri parlano della tua gravidanza, di te, del tuo bambino non corrisponde a ciò che senti, non lasciare che la tua identità di genitore sia negata, nè che tuo figlio venga ridotto concettualmente ad un grumo di cellule, perchè l’elaborazione del lutto passa anche attraverso l’auto e l’etero riconoscimento dei propri vissuti.

 

NON HO FATTO IN TEMPO A DIRE CHE ASPETTAVAMO UN BIMBO…

A volte, scaramanticamente, si decide di rimandare la comunicazione ufficiale della gravidanza alla fine del terzo mese; purtroppo può capitare che l’aborto spontaneo avvenga prima di questo periodo e di trovarsi quindi nella paradossale situazione di aver vissuto la gioia del concepimento e il dolore della morte intrauterina senza aver avuto la possibilità di comunicare nè l’uno nè l’altra.

Se ti trovi in questa situazione, il fatto che nessuno sappia cosa è successo può portare a vivere una solitudine a due, con il rischio di non sentirsi capiti dagli altri e ritirarsi, poco alla volta, dalla vita sociale, evitando incontri con amici e parenti che sarebbero troppo pesanti da sostenere.
In questo caso può essere importante raccontare a qualcuno, per lo meno alle persone più care, quanto vi è capitato, per condividere il dolore, sentirsi accolti e riconosciuti nella propria esperienza di lutto.

 

IL LUTTO NON SI ELABORA DISTRAENDOSI

Spesso quando si viene colpiti da un lutto, soprattutto un lutto socialmente poco riconosciuto come quello intrauterino, si viene incoraggiati da amici e parenti a distrarsi, a “buttarsi” sul lavoro, uscire, non pensarci più.

Purtroppo il lutto non si elabora così e tutto questo non serve a niente, se non a posticipare il momento in cui il dolore riemergerà con tutta la sua forza chiedendo di essere guardato in faccia, vissuto, accolto anzichè rifiutato.
Questo non vuol dire che dobbiamo passare ore al cimitero o  chiuderci in casa a piangere, logorandoci nel pensiero del bambino perso, ma significa prendere atto che il dolore di un lutto richiede un tempo e uno spazio interiore per essere accolto, compreso, metabolizzato.

 

L’ELABORAZIONE DEL LUTTO E IL RITO DELLA SEPOLTURA

I riti sono importanti, esprimono e sottolineano il valore di certi eventi attraverso gesti dal forte contenuto simbolico.

La sepoltura è un rito che racchiude e comporta molti significati simbolici:

  • seppellire un bimbo mai nato significa riconoscere a lui la dignità di persona e a noi stessi il ruolo di suoi genitori;
  • deporre il nostro bimbo in una tomba e dargli un posto al cimitero corrisponde al trovare, dentro di noi, uno spazio per lui, un luogo interiore che poco alla volta si integri in modo armonico con il resto della nostra vita, con la nostra storia personale;
  • andare a trovare il nostro bimbo al cimitero comporta, con il tempo, il prendere atto che il nostro bimbo è lì, non è più con noi anche se, per chi è credente, la sua anima è comunque viva e presente.

 

QUANDO NON SI E’ POTUTO SEPPELLIRE IL PROPRIO BIMBO

Per i genitori che, pur desiderandolo, non hanno potuto seppellire il loro bimbo morto prima di nascere, può essere importante fare un gesto simbolico, “inventare” un piccolo rito che sancisca, come la sepoltura, la separazione fisica dal proprio bambino e, al contempo, affermi la sua identità di figlio e la propria identità di genitore.
Altrettanto importante, per elaborare il lutto, può essere lo scegliere un oggetto che rappresenti l’affetto per il bimbo che si è perso: per esempio un ciondolo, un anello, un pupazzetto, l’immagine di un angelo o qualunque altra cosa a cui desideriamo attribuire il significato simbolico di legame con il nostro bimbo in cielo.

 

QUANDO CI SONO ALTRI FIGLI

Molti genitori, soprattutto se perdono il proprio bimbo nelle prime settimane di gravidanza, si trovano nella difficile scelta di informare o meno gli altri figli – soprattutto se ancora piccoli e non adolescenti – sulla gravidanza, che magari non era già stata loro comunicata, e sul conseguente lutto.
Il timore è quello di gettare i propri bambini in un dolore inutile e gratuito; davanti a questa paura, la scelta più frequente è quella di non informare i figli, tacendo la gravidanza e anche il lutto.

I bambini però, anche se molto piccoli, hanno una capacità incredibile di captare le nostre emozioni e di percepire le situazioni di dolore, anche quando vengono loro nascoste.

Decidere se informare i propri figli circa la morte intrauterina di un fratellino è una scelta molto delicata e personale ma, nel prenderla, ti invitiamo a considerare i seguenti spunti di riflessione, alcuni dei quali ti potranno sembrare discordanti tra loro: scopo delle riflessioni proposte non è offrire una risposta preconfezionata e linerare sulla necessità o meno di informare i propri figli della perdita del fratellino mai nato, ma dare alcune informazioni di carattere pedagogico affinchè ogni famiglia faccia la sua scelta in modo consapevole.

  • Per un bambino anche piccolo, è molto più gestibile e meno angosciante un dolore dichiarato piuttosto che uno negato, ma che aleggia nel “clima” famigliare e che, non essendo esplicitato, può assumere proporzioni sconfinate, profondamente angoscianti ed ingestibili, proprio perchè “non legittime” e relative ad un dolore impronunciabile;
  • un bambino fino a 3-4 anni di età può avere molta difficoltà a comprendere che ci fosse un fratellino in arrivo, se non ha visto traccia evidente di ciò attraverso cambiamenti come la crescita della pancia della mamma, preparativi vari per la futura nascita, etc.;
  • i bambini, nella gran parte dei casi, sono molto meno imbarazzati degli adulti nel parlare della morte, rispetto alla quale chiedono poche e concrete informazioni;
  • nel caso decidiate di informare i vostri figli dell’evento luttoso, vi sguggeriamo di farlo in modo sintetico e chiaro, senza entrare in particolari che, a seconda dell’età, potrebbero far fatica a comprendere e lasciando che, una volta aperto l’argomento, siano loro a farvi le domande rispetto a cui desiderano avere risposte;
  • se non vi chiedono nulla oltre quanto loro detto, non significa che siano indifferenti alla morte del fratellino ma che, per il momento, hanno già ricevuto le informazioni utili per comprendere la situazione, tollerarla ed elaborarla;
  • se lo desiderano, lasciate i vostri bimbi liberi di fare un disegno o un regalino per il loro fratellino mai nato: sarà un modo concreto, e alla loro portata, per elaborare il lutto di questa perdita;
  • se in qualche momento – come è comprensibile – vi sentirete tristi e sarete in presenza dei vostri fìgli, non abbiate paura di dichiarare ciò che provate, spiegate loro il vostro stato d’animo con poche e semplici parole, ma state attenti a non “scaricare” su di loro tutte le vostre emozioni, relegandoli in un ruolo di consolatori che non può e non deve competere loro;
  • i momenti di grande sconforto sono più che umani ma vanno gestiti tra adulti e, per evitare di coinvolgere i bambini in una dinamica dannosa, non devono essere confusi con il rendere partecipi i propri figli del lutto circa la perdita del fratellino.

 

 

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